L’aula di giustizia e il sessismo ordinario: se l'abito fa ancora il mondo della donna
Si scusa perché è senza toga, il giudice le avrebbe detto: «Può togliersi anche la maglietta». Il caso di Claudia De Rosa al Giudice di Pace di Roma
di Massimo Della Pena 1 ottobre 2026 2 min di lettura
L'articolo denuncia episodi di sessismo che si manifestano in contesti professionali, come quello di un'aula di giustizia, dove un avvocato è stato oggetto di commenti inappropriati riguardo al suo aspetto fisico. Questi atteggiamenti non solo riducono la donna a un mero oggetto estetico, ma minano anche la dignità del suo ruolo professionale. Situazioni simili, come le affermazioni del Ministro Tajani sulla lunghezza della gonna di una donna, evidenziano una cultura che continua a giudicare le donne in base a stereotipi estetici piuttosto che alle loro competenze. È fondamentale che le istituzioni, come l'Ordine degli Avvocati e la Magistratura, intervengano per garantire che le donne siano valutate per le loro capacità e per promuovere un ambiente di rispetto in tutti i contesti professionali.
Le esternazioni pronunciate in aula nei confronti di un’avvocata al Giudice di Pace di Roma, e riportate dalla stampa, non possono essere ridotte a un episodio di folklore o a un caso isolato. Sono invece il sintomo di una mentalità ancora radicata in alcuni ambienti professionali e istituzionali, dove il sessismo continua a manifestarsi in forme più o meno esplicite, ma comunque inaccettabili.
Dire a una professionista di potersi togliere la maglietta perché “alle belle donne piacciono queste battute” non è solo un commento fuori luogo: è un modo di ridurre la persona al proprio aspetto fisico, svilendone il ruolo professionale e negando la dignità del lavoro svolto. Non può esserci alcuna attenuante legata al tono scherzoso o al contesto informale. In un’aula di giustizia, il rispetto reciproco dovrebbe essere la regola minima, non un’eccezione.
Il problema, però, non si esaurisce qui. Poche settimane prima, il Ministro Antonio Tajani aveva accostato la serietà e l’affidabilità di una donna alla lunghezza della sua gonna. Anche in quel caso, il messaggio sottinteso era chiaro: la donna viene giudicata ancora prima per come si veste invece che per ciò che dice o per le sue competenze.
In entrambi gli episodi, la matrice culturale è la stessa. Si tratta di un atteggiamento che continua a valutare le donne attraverso stereotipi estetici e a relegarle in una posizione di subalternità simbolica. Un atteggiamento che diventa ancora più grave quando proviene da chi ricopre incarichi istituzionali o esercita una funzione pubblica.
Non si tratta di fare processi alle intenzioni o di alimentare polemiche strumentali. Si tratta di fissare un principio: le donne hanno diritto, in ogni contesto, a essere valutate per le loro capacità e rispettate nel loro ruolo. Commenti sul loro aspetto, battute sul loro abbigliamento e giudizi paternalistici non sono più tollerabili.
Quello che alcuni definiscono “micro-sessismo” produce conseguenze reali. Se un giudice si permette di fare certe battute in aula, quale messaggio sta trasmettendo alla giovane praticante che assiste all’udienza? Che deve prima superare un giudizio estetico per essere presa sul serio? Che la sua professionalità viene dopo il suo aspetto?
Non possiamo permetterci che questo messaggio venga normalizzato. Ed è per questo che le istituzioni competenti, dall’Ordine degli Avvocati alla Magistratura, devono assumersi la responsabilità di intervenire con prese di posizione chiare e, dove necessario, con correttivi deontologici. Perché la dignità della professione passa anche da qui. E con essa, la qualità stessa della giurisdizione.
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